Tratto da www.comunisti-italiani.it
di Alessandro Squizzato
La manifestazione internazionale degli “indignati” d’Europa lanciata dagli spagnoli per il 15 ottobre è un appuntamento importantissimo, non solo per la necessità di tenere in campo la piazza contro le gravissime scelte del governo e della BCE, ma anche perché rivolge l’attenzione della protesta a quello che è il cuore di questa brutta, travagliata fase politica.
Per tutti i paesi più invischiati nella crisi finanziaria, ormai è il caso di parlare di sospensione della democrazia, con l’appalto delle scelte economiche strategiche dagli organismi elettivi a quelli economici sovranazionali e in particolare europei. Per la Grecia è stato palese e così lo è per l’Italia, che procede con un governo “salvato” e di fatto commissariato dalla BCE che ha acquistato 22 miliardi di titoli di stato italiani e con essi la pretesa di “proteggere l’investimento”. Il principio di rappresentanza è stato ammainato senza troppi clamori e ogni rapporto diretto o indiretto con la gestione della cosa pubblica è stato espropriato a cittadini ed elettori.
Per stare in Italia, questa ultima manovra rabberciata tra i diktat europei e le esigenze delle lobby nazionali oltre ad essere iniqua e classista, non funziona. Eppure se un minimo di lotta nelle Camere e nei media è in corso tra le forze parlamentari sul modo di raccogliere i soldi, tutto tace su come dovremmo spenderli. Mentre la CGIL, le piazze, le forze della sinistra avanzano proposte, nell’arco parlamentare pare sia sospesa ogni discrezionalità.
E invece è proprio lì il punto. Il fantomatico obiettivo di “tranquillizzare i mercati” sembra un sacrificio di sangue ad un dio malevolo, rito che viene invocato periodicamente per salvare il sistema che implode ma che non risolve il problema, anzi con le misure di austerità porta verso la stagnazione.
Tutto l’establishment economico e politico torna a usare le formule note e stranote, che hanno il sapore irrazionale del dogma quando giustificano che meno diritti portano a più sviluppo, che l’abbattimento del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati porta alla crescita, che le privatizzazioni portano modernità.
Noi crediamo, così come oggi rivendicano gli “indignati”, che il punto non stia tanto nel recupero del soldi ma in come li vogliamo spendere.
Le ricette contenute nell’azione di BCE e governo non solo sono inique, sono anche sbagliate per il compito che dichiarano, quello di far riprendere a crescere l’Italia. Una necessità concreta che non ignoriamo ma che può essere soddisfatta solo con un forte cambio di rotta che punti sull’equità e la redistribuzione, a partire da una radicale riforma fiscale.
Per non affossare il potere d’acquisto e gettare singoli e famiglie in condizioni disperate, i soldi vanno raccolti dove ce ne sono e soprattutto da chi, pur avendo la maggiore responsabilità nel deteriorarsi della crisi, fin’ora ha pagato poco o nulla. Vanno presi nei 120 miliardi annui di evasione fiscale, nella grande industria che a fronte di bilanci nazionali in rosso aumenta i guadagni (FIAT, esempio significativo, da 230 milioni di utile nel 2010 a 251 nel 2011). Vanno pescati normalizzando le grandi disuguaglianze per cui, come calcolato dalle ACLI quest’anno, ci sono 356 euro al giorno tra gli stipendi medi di un operaio e di un dirigente.
Vanno usati per inserire i precari nel welfare e ridurre i contratti, per ripensare il ruolo della Stato nella pianificazione economica, che lo trasformi da “socializzatore di perdite”, come sempre lo ha usato il liberismo, in un organizzatore della crescita. Tutto l’opposto di quello che fanno le privatizzazioni, le cui lodi sono cantate in uno sconcertante coro bipartisan.
Anziché caricare costi sulle famiglie che mandano i figli a scuola, sugli studenti universitari e togliere fondi all’università e ricerca vanno incentivati proprio questi settori per un investimento serio a medio-lungo termine in una società dei saperi, che miri all’industria di qualità e all’innovazione per ricollocare l’Italia nella spartizione internazionale del lavoro in modo avanzato e non arretrando fino al dumping sociale per ridurre il costo del lavoro in una concorrenza perdente con l’Est Europa.
Ma mentre queste richieste percorrono il paese, i lavoratori, i pensionati, gli studenti quando si avvicinano ai palazzi del potere si scontrano con il muro di retorica dei comuni e indissolubili interessi del “sistema paese”.
Un generale furto di democrazia che porta conseguenze drammatiche, come il vergognoso “articolo 8” della manovra, un provvedimento vilmente nascosto tra le misure anticrisi del governo che invece svolge un ruolo tutto ideologico per portare a termine l’abbattimento del contratto nazionale e dei diritti sul lavoro. Stracciando impunemente persino il sofferto accordo del 28 giugno tra le parti sociali, con l’anomala presenza del governo, si vuole derogare per legge ai contratti nazionali, allo Statuto dei Lavoratori (compreso l’articolo 18 che gli italiani si erano già mobilitati a difendere) e indirettamente alla Costituzione. Così come le privatizzazioni rimettono in discussione il referendum contro la privatizzazione dell’acqua di pochi mesi fa.
Di fronte a tutto ciò la politica del centro-sinistra deve operare una scelta, che è di giustizia e di responsabilità allo stesso tempo. O cercare di intervenire nei percorsi della (pseudo) compatibilità di sistema, rincorrendo l’imposizione di governi tecnici o di “unità nazionale” che sancirebbe definitivamente l’esproprio della scelta ai danni del popolo, oppure sceglie di fare ciò che ha portato alla vittoria a Milano, Napoli, Cagliari e ai referendum, facendo vera rappresentanza, interloquendo con le istanze che attraversano la società per costruire un progetto per il paese che sia realmente diverso e alternativo a quello della destra e dei poteri forti.
Noi questa scelta l’abbiamo già fatta e il 15 ottobre saremo nelle piazze d’Italia, mossi da una “indignazione” attiva e costruttiva, per sostenere le idee per l’alternativa – nostre e della parte migliore del nostro paese -, per chiedere all’Europa di banche e finanza la restituzione della democrazia e al nostro governo classista e incapace il blocco della manovra e le naturali e dovute dimissioni.
(Alessandro Squizzato è responsabile lavoro della Fgci)