di Giorgio Nebbia
Tutti vivi a Fukushima. Ricalco il titolo di un celebre libro di Dario Paccino, “Tutti vivi ad Harrisburg”, scritto dopo l’incidente alla centrale nucleare americana di Three Mile Island, vicino Harrisburg, appunto, in Pennsylvania. Anche allora, come oggi in Giappone, si ebbe un’interruzione del flusso di acqua che “deve” raffreddare continuamente il nocciolo di un reattore, quell’insieme di tubi in cui avviene la fissione dell’uranio (e del plutonio) con liberazione del calore. Se cessa il riscaldamento, anche se la reazione di fissione nucleare viene interrotta, gli elementi radioattivi all’interno dei tubi del “combustibile” continuano a liberare calore che può provocare l’idrolisi dell’acqua con formazione di idrogeno, quello che si è incendiato e ha provocato la (o le) esplosioni degli edifici delle centrali giapponesi. Non si può dire oggi quante persone siano state contaminate dalla radioattività, quante siano morte o moriranno per esposizione alle radiazioni. Di certo gli incidenti giapponesi hanno provocato l’interruzione della distribuzione dell’elettricità in vaste parti del paese che tanto aveva puntato, per soddisfare la fame elettrica delle sue fabbriche e città e metropolitane, su 55 centrali nucleari, a drammatica riprova della fragilità di questa tecnologia.
L’incidente ai reattori di Fukushima è il terzo importante nella storia dell’energia nucleare commerciale, lunga circa 14.000 anni-reattore (il numero dei reattori in funzione moltiplicato per gli anni di funzionamento di ciascuno): un incidente ogni circa 4.500 anni-reattore, un incidente in media ogni dieci anni quando sono in funzione, come oggi nel mondo, circa 450 reattori; una probabilità di incidenti molto maggiore di quella assicurata dai solerti venditori di centrali nucleari.
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