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Perché la battaglia sull’accordo seperato di Mirafiori riguarda tutti noi

12 gen

Il 13 e 14 gennaio, date del referendum tra i lavoraori sull’accordo separato di Mirafiori, e il 28 gennaio, data dello sciopero di categoria convocato dalla FIOM, sono giornate di vitale importanza non solo per le relazioni industriali e sindacali nel nostro paese ma per il complesso delle condizioni del lavoro e dei diritti sociali per tutti noi. Perché l’elemento della contesa non si limita ad alcuni  se pur importanti singoli diritti dei metalmeccanici ma condiziona il sistema della rappresentanza dei lavoratori, il ruolo dei sindacati e le possibilità di sviluppo del nostro paese.
Il dibattito mediatico ce la mette tutta per diffondere confusione e spesso la contesa viene raccontata come un tira e molla tra la necessità di “essere competitivi” e uscire dalla crisi (rappresentata dall’accordo) e i diritti dei lavoratori (rappresentati dalla FIOM).
Messa così per i più la scelta può sembrare molto più travagliata di quanto non sia in realtà. Ma la verità è che questa impostazione è una fesseria.
Stando ai fatti, mentre le istanze della FIOM effettivamente sono volte a tutelare dei diritti costituzionali (quindi irrinunciabili, tanto meno con un contratto tra privati) e delle condizioni di lavoro dignitose, nel testo presentato da Marchionne non si parla né di competitività né di un piano industriale: quella “Fabbrica Italia” che già in pesante ritardo sui primi obiettivi rimane grosso modo un mistero.
Ciò che prevede l’accordo con il decadimento del contratto collettivo nazionale e l’instaurazione di un nuovo sistema di relazioni  esclusivo tra FIAT e i soli sindacati allineati (CISL e UIL, il sindacato fantoccio di matrice padronale FISMIC e la sigla di destra UGL) è prima di tutto l’impossibilità dei singoli lavoratori di avere voce in capitolo praticamente su nulla. Il lavoratore aderendo individualmente al nuovo contratto si troverà da solo di fronte all’azienda e impossibilitato (per clausola) a protestare in seguito per migliorare le proprie condizioni, pena la sanzione individuale. Come del resto le stesse organizzazioni sindacali che hanno firmato.
In più, con la cancellazione della figura delle RSU, non saranno più i lavoratori a decidere le donne e gli uomini che li rappresenteranno ma lo faranno le burocrazie dei sindacati allineati, esterne alla fabbrica, esprimendo una rappresentanza evidentemente di indirizzo politico e su criteri non democratici nel senso più letterale del termine (per sussunzione del vertice e non per voto). (continua…)

Marchionne nella castellana

9 gen

Pomigliano. Giusto dire NO, a forza di ricatti ci stanno derubando

15 giu

La FIOM dice no. Due lettere pesanti come macigni ma una decisione giusta.
Perché la verità è che quello portato avanti da Marchionne non è una proposta ma un vero e proprio ricatto, nei contenuti e persino (ormai non si pretende più nemmeno il pudore) nei toni.
L’abbiamo sentito, nei TG di qualche giorno fa, sibilare “O così o ce ne andiamo all’estero”, liquidando una CGIL lasciata sola da CISL e UIL che avevano già accettato tutto il pacchetto.
Perché è un ricatto e non un accordo?
Perché non propone una strategia di sviluppo, un piano di investimenti ma mira semplicemente a livellare le condizioni di lavoro verso i paesi in cui è così conveniente delocalizzare.
In questi giorni i soliti liberisti dai denti a sciabola e dal volto umano come il senatore PD Ichino, si sforzano di convincerci che il problema è la “modernità” del sistema, che dobbiamo essere appetibili per l’investitore estero (certo…come il Messico per General Motors), che la conflittualità sindacale affossa il paese.
La realtà è che ci stanno mettendo davanti ad una scelta che avrebbe fatto urlare alla nazionalizzazione forzata governi insospettabili di socialismo: o gli italiani si avvicinano di più alle condizioni di lavoro (e di vita) della Polonia, della Romania e simili, o il “brillante” Marchionne con la sua “prestigiosa” azienda che ha succhiato allo Stato negli anni miliardi di euro, vanno direttamente lì. In barba a qualsiasi responsabilità d’impresa e al vero e proprio debito maturato nei nostri confronti. (continua…)

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